Lug 10

Pubblichiamo qui il bellissimo messaggio di Francesco Nicola, che ha partecipato alle iniziative pubbliche che abbiamo organizzato nell'ambito della ricerca azione Sant'Anna (Gorizia) e ha voluto rispondere alla domanda che abbiamo posto a tutti nel nostro libretto dedicato a questo percorso: voi che cosa vorreste che questa storia producesse?

"Io vorrei che questa storia producesse un cambiamento nell'animo della gente troppo attenta a perseguire quei dettami svilenti che da sempre la societa' dei consumi erge ad emblema di vita. Il mio auspicio e' che sul modello di associazioni come la Caritas, la cooperativa sociale Arcobaleno, la Collina, il Grande Carro, l'associazione polisportiva 2001 tutti i cittadini goriziani aprano il cuore al diverso, se di diverso si puo' parlare.
L'uomo moderno immerso nella vita frenetica scandita da impegni, obbiettivi, successi, insuccessi, illusioni, guarda al futuro come via per redimersi dal presente.
Il presente non viene vissuto perche' privo di certezze e speranze, quindi non si ha nemmeno il tempo di conoscere se stessi, figurarsi l'occuparsi del fratello che ha il cuore che sanguina!
Il mio desiderio inoltre e' che i giovani si incontrino nei campi da basket, nelle palestre, in spazi comunitari dove possano vedere film, giocare, suonare, cantare, scrivere, disegnare, raccontare e ridere, ridere, ridere.
Spazi simili gli ha saputi creare la geniale mente di don Alberto nella parrocchia di S.Anna con il campo da basket, una palestra, centri estivi e di ascolto.
Il mio sogno piu' grande e' che per mezzo di questa storia ci sia per certi aspetti un ritorno al passato, quando bastava niente come una partita a calcio svolta lungo la strada della contrada, una a briscola o un'esternazione positiva o negativa della giornata ad unire i cuori delle genti.
Tutto questo viaggio di reminescenze e piaceri all'interno di questo ridente rione goriziano voglio che divenga la forza propultrice del desiderio che impera in ognuno di noi. Mi riferisco a quel desiderio che ha come motore la curiosita' di scoprire il diverso.
Nel mio piccolo mondo di giovane imberbe senza nessuna certezza granitica bramo che questa storia cambi la mia personalita' troppo attenta all'apparenza, all'inseguire vane glorie e colma di passioni inique.
Mi auguro che un giorno riesca a rilassarmi, trovare quella pace interiore, insomma che riesca a stare bene con me stesso come lo sono stato durante la camminata di S.Anna.
Vi saluto con una frase lapidaria che coglie l'essenza di cio' che per me questa storia deve trasmettere:
"Non vivete questo viaggio irripetibile che e' l'esistenza come un dovere continuo mascherato dall'imperativo mors tua vita mea bensi' come una possibilita' di scoperta delle sfumature caratteriali e passionali presenti negli animi anche di quelle persone che la societa' reputa erroneamente come folli."
Francesco Nicola

Apr 20

Da Laboratorio Sui Generis, un articolo di Lorenzo De Vidovich

Pubblichiamo di seguito un articolo dedicato al nostro seminario tenutosi venerdì scorso, 13 aprile 2018, presso l’Università di Milano-Bicocca, intitolato “Ricerca-Azione-Impresa di Comunità. Sviluppi e Nodi delle Microaree”. Curato da Margherita Bono (Cooperativa sociale La Collina, Trieste) e coordinato da Ota de Leonardis, l’incontro ha assunto le forme di una presentazione collettiva da parte dei diversi soggetti coinvolti nei più recenti sviluppi dell’ormai ampio universo delle Microaree triestine, in particolare a Muggia, Gorizia e Monfalcone. Non solo Cooperativa Sociale la collina, ma anche rappresentanti del dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria di Gorizia (tra cui il direttore Marco Bertoli), volontari del Servizio Civile e abitanti del quartiere di Zindis (Muggia), sede da diversi anni di una Microarea locale, pronta a creare un effetto di contaminazione nei territori circostanti.

La giornata è stata particolarmente significativa non solo per leggere ad analizzare i più recenti sviluppi del Programma Microaree al di fuori del confine triestino, ma soprattutto per aver dato forma ad un confronto fra territori e ricerca, fra abitanti, operatori e studiosi delle tematiche di welfare locale. Le domande, le reazioni e gli interrogativi irrisolti emersi alla fine dell’incontro, rappresentano infatti la ricchezza del patrimonio conoscitivo di carattere comune, che le Microaree hanno saputo costruire nel tempo.

Come portare avanti le pratiche di comunità in un contesto non facile?

La domanda fa da sfondo all’intero dibattito, che si è avviato con una spontanea presentazione di diversi collaboratori attivi nello sviluppo di comunità. Margherita Bono, operatrice della Cooperativa Sociale La Collina, avvia l’incontro con le tre caratteristiche comuni a Muggia, Gorizia e Monfalcone: un approccio aperto e a tutto campo, il coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, l’elaborazione di obiettivi comuni capaci di avvicinare cittadini e istituzioni. Anna Demarchi, referente della Microarea di Zindis, è attiva da anni nel suo territorio, sottolinea come questi tre elementi facciano parte delle dinamiche di rottura dei metodi tradizionali con cui confrontarsi nei percorsi di salute e sviluppo di comunità:

non avere una ricetta è essa stessa una risposta (Anna)

Nicolas e Lorenzo, volontari del Servizio Civile rispettivamente a Zindis e Gorizia (nel quartiere Sant’Anna, dove il mix sociale è contraddistinto ex militari che iniziarono a popolare l’area negli anni ’70 ed ex Jugoslavi in seguito allo scoppio del conflitto balcanico negli anni ’90), evidenziano invece elementi fondamentali nella socialità che caratterizza il mondo delle Microaree, l’approfondita lettura del quartiere e delle sue dinamiche, lo sviluppo di pratiche di associazionismo. Sant’Anna, a Gorizia, si sta infatti adoperando per ricostruire e riproporre lo schema del Programma giuliano anche nell’Alto Isontino. L’esperienza di Monfalcone è invece condivisa da Laura, nel Basso Isontino, del gruppo di ricerca-azione che lavora in sinergia con il Centro di Salute Mentale per la salute e la comunità di un’area a prevalenza anziana (carattere comune dell’intera zona triestino-giuliano).

prendere contatto con associazioni, scuole e cittadini per “sentire il polso” del quartiere (Lorenzo)

Tre nodi, tre questioni fondamentali hanno in particolare guidato la discussione che gli operatori hanno voluto sottoporre a studiosi del Laboratorio Sui Generis e studenti del corso magistrale PROGEST

Siamo dei ricercatori? Siamo dei professionisti? Siamo matti?
Siamo un’impresa? Siamo un ente assistenziale?
Abbiamo molti alleati, o siamo soli?
Difficile trovare una risposta ben circoscritta per ognuna delle domande. Un referente di microarea, ad esempio, è chiamato a fermentare tutte le attività del territorio, mantenendo un certo rigore, ricercando, per l’appunto, persone e competenze utili ad obiettivi comuni. Un’osservazione oggettiva ed approfondita delle dinamiche di quartiere e dei singoli bisogni implica un certo distacco, tipico del comune ricercatore, unito però ad una erogazione, di tipo professionale, di un determinato servizio di comunità e di salute, secondo le linee guida aperte e processuali comuni al Programma Microaree. Sia ricercatori che professionisti, in un contesto che, non bisogna dimenticarlo, è stato teatro di uno dei più importanti processi, anche a livello internazionale, di deistituzionalizzazione psichiatrica, capace di rielaborare e riconfigurare i percorsi per la salute di chi viene comunemente definito matto.

Un’impresa o un ente assistenziale? La risposta non sorge spontanea nemmeno qui, ma è invece frutto dell’incontro fra le caratteristiche di impresa sociale che fanno da sfondo alla logica della Micoraree, ed il servizio d’assistenza quotidiana erogato dagli operatori.

Quando diciamo impresa, ciò che interessa è la produzione di “valore”: non vogliamo fare le cose tanto per fare. Quando diciamo ente assistenziale, intendiamo non occuparci delle persone trattandoli come oggetti passivi” (Margherita)

Uno scambio di domande introduce la terza questione: molti alleati, o una programmazione svolta in solitudine? Il tema è però anticipato da molte questioni cardine, che toccano temi diversi.

Come procedere nel “rendicontare” ad istituzioni che richiedono molta standardizzazione e modalità di tipo quantitativo? Come è stata ripensata la tradizione basagliana alla luce di domande e sfide diverse da quelle che mossero Basaglia a suo tempo?
 Le due questioni sollevate da Emanuele Polizzi introducono i temi della co-progettazione, del partenariato fra diversi attori nelle arene di governance, nell’esigenza di ottenere un ruolo più trainante da parte delle istituzioni nel consolidamento del programma e delle pratiche.

Cosa intendete per “produrre valore”?, si interroga Lavinia Bifulco menzionando l’ormai forte riferimento all’economia che ormai pervade nelle imprese sociali. Come si svolge la riconversione delle risorse economiche? , domanda Raffaele Monteleone. Di risposta, l’attenzione ricade su quello che gli operatori chiamano valore culturale, su cui insiste anche il dottor Bertoli dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria di Gorizia, che conclude con un invito a consolidare le pratiche delle Microaree.

Dove non arrivano le istituzioni possono arrivare altri enti, e questo processo deve crescere, generando quindi anche una crescita delle risorse. Il futuro è qui, non è né l’ambulatorio né il ricovero ospedaliero, ma in questi percorsi di vicinanza ai cittadini. (dott. Marco Bertoli)

Conclude l’incontro il commento finale di Ota de Leonardis, che getta le basi per un secondo appuntamento, al fine di proseguire nella decostruzione e nell’analisi dei tre nodi presentati da Margherita Bono e i suoi collaboratori.

Apr 11

I gruppi di lavoro delle Ricerche Azione e Microaree portate avanti da La Collina partono giovedì 12 aprile per una emozionante trasferta a Milano! Parteciperanno al viaggio operatrici e operatori, borsiste/i, volontari di Servizio Civile, dirigenti dei Servizi Sanitari, abitanti della Microarea di Zindis... Saremo quasi 20! Il viaggio sarà dedicato a conoscere le attività della cooperativa Olinda e a presentare il nostro lavoro nel seminario "Ricerca-azione-impresa di comunità: sviluppi e nodi delle microaree” organizzato dal Laboratorio di Ricerca Sui Generis presso l'Università di Milano Bicocca.

Feb 12

Nel nostro lavoro a Zindis abbiamo accolto qualche tempo fa, per una mattinata di formazione, tutti i volontari di Servizio Civile dell'Azienda Sanitaria inseriti nelle diverse Microaree. Si tratta di una formazione specifica che le diverse Microaree offrono a turno al gruppo dei volontari. Questo articolo è scritto dai volontari ed è il frutto dei discorsi fatti insieme nella mattinata a Zindis. Li ringraziamo tutti, e in particolare Chiara Dicandia e Nicholas Bertani, i volontari di Zindis!

Il volontario del Servizio Civile Nazionale è solo una delle tante figure presenti sul nostro territorio, ma non per questo di minore importanza. Il volontario è indispensabile per tutti i diversi progetti sparsi sul territorio triestino e non solo.

Le motivazioni che spingono la persona ad intraprendere questa strada sono le più svariate. Con le seguenti testimonianze si riescono a percepire le varie sfaccettature e le diverse soggettività che entrano in gioco in questo percorso specifico nelle Microaree.

CATENA RELAZIONALE: (Chiara, Nicholas, Andrea)

Il volontario del Servizio Civile Nazionale nel progetto delle MicroAree ha il compito di instaurare dei rapporti con gli utenti, ma anche con gli abitanti del rione in cui operano e con gli svariati enti aderenti al progetto.

Relazionarsi con gli altri in questo ambito è molto importante perché così facendo si creano dei veri e propri rapporti di empatia basati sulla fiducia, cercando di costruire nel tempo un’amicizia reciproca basata principalmente sull’aiuto e sull’ascolto, creando delle soluzioni adatte a tutti i singoli casi, in base alle diverse esigenze personali.

Questi rapporti interpersonali non sono solo di aiuto agli abitanti delle Microaree, ma creano anche una maturazione personale a livello morale ed etico nel volontario.

Tutto questo aiuta la persona a sensibilizzarsi nei rapporti umani in generale, riuscendo a guardare anche al di fuori dei singoli abitanti stessi. Così facendo si crea una vera catena relazionale e sociale volta a non isolare l'abitante e a renderlo partecipe alla vita di tutti i giorni.

NUDI IN MEZZO ALLA GENTE: (Katia, Tilen, Daniele)

Il volontario deve apprendere l’abilità di interfacciarsi davanti alle persone, cercando di essere aperto alla comprensione dei problemi altrui senza mai mascherarsi e quindi facendo capire alle persone con cui si lavora o per cui si lavora che anche se “non siamo sulla stessa barca", "navighiamo nello stesso mare”.

C’è però il bisogno di mettere dei “paletti” davanti all’utenza con cui sì è a contatto perché assorbire o assimilare tutte le diverse problematiche e difficoltà di queste persone può portare ad un indebolimento non necessario alla figura del volontario.

Ovviamente l’assimilazione, in una dose limitata, delle situazioni ostiche e disagiate porta ad una maggiore comprensione della realtà che si ha davanti e alla risoluzione di esse, ove possibile.

COME UN AMICO: (Alessia, Eleonora, Ahmed, Michele)

La figura del volontario molto spesso viene vista, specialmente dalle persone anziane, come una sorta di amico e di confidente.

Vista la loro età, queste persone molto spesso sono da sole e si trovano davanti a situazioni di isolamento sociale ed emotivo che li porta ad un’assenza di rapporti umani; quindi per loro i volontari diventano come dei nipoti con i quali non si parla solo di salute, bensì di qualsiasi altra cosa.

Diventiamo quindi una figura amica, familiare, con la quale si entra in confidenza e a cui chiedere consigli, o semplicemente diventiamo una persona alla quale raccontare le proprie storie di vita lontane.

In conclusione, la nostra giovane età li condiziona in maniera positiva perché portiamo un raggio di sole nelle loro giornate che, molto spesso, sono buie.

IL SERVIZIO CIVILE NEL NOSTRO PERCORSO DI VITA: (Luca, Massimiliano, Vincenzo, Abu)

Il servizio civile è una scelta importante, in cui per scelta volontaria ci si mette al servizio della comunità per 12 mesi. È inoltre un’ottima opportunità per la propria crescita personale.

In questi mesi da volontario si può cercare di capire se quanto svolto in questo determinato periodo potrebbe diventare in un futuro un lavoro o un inizio di un percorso di studio, basato sulle svariate capacità e abilità acquistate durante l’esperienza personale.

In alcuni casi, quindi, la scelta di essere volontario nasce semplicemente dalla voglia di mettersi in gioco, mettendo a frutto le proprie capacità, visto il fatto che per entrare a far parte di questo determinato progetto non è necessario avere una formazione specifica iniziale; per altri invece questa scelta è presa per approfondire le conoscenze acquistate durante il percorso di studi svolto.

Il Servizio Civile inoltre è un primo contatto con il mondo del lavoro, in quanto trovare occupazione per i giovani d’oggi è sempre più difficile.

METTERCI DEL PROPRIO: (Ilaria, Gaia, Deborah)

In questa esperienza bisogna mettere in gioco le proprie capacità, in modo da riuscire a relazionarsi con le persone il meglio possibile. Inoltre, per fare il volontario bisogna impegnarsi al massimo mettendoci il meglio di sé stessi nelle varie attività che coinvolgono le persone.

Noi volontari dobbiamo mettere le nostre conoscenze ed esperienze personali a disposizione di chi ne ha bisogno, per cercare di capire costantemente le esigenze di ogni persona e, in base ad esse, collaborare con lei in modo da farla sentire a proprio agio.

Si cerca quindi di aiutare gli utenti a sbloccarsi, in modo da guadagnare sempre più fiducia in loro stessi ma anche in noi, per il futuro.

Non è sempre facile capire come comportarsi in determinate situazioni, ma bisogna comunque impegnarsi per cercare di dare qualcosa in più a determinate persone che si rivolgono a noi, anche semplicemente per un consiglio o un aiuto.

Gen 02

Pubblichiamo di seguito l'articolo scritto da Romina Mendez riguardo alla sua visita, insieme al suo collega Bruno Briganzoli, a La Collina e ai progetti di ricerca azione e interventi di salute e sviluppo di comunità che stanno nascendo dall'esperienza di Zindis.

Chi siete e cosa fate in Argentina?
Siamo Bruno Biganzoli e Romina Mendez, ci siamo laureati in Psicologia alla Universidad de La Plata (Bruno) e alla Universidad de Buenos Aires (Romina) in Argentina. Dopo esserci laureati abbiamo scelto di fare un esame al Ministero della Salute della Provincia di Buenos Aires per un corso di specializzazione in Psicologia, una formazione di 4 anni con borsa di studio nei servizi pubblici di salute. Noi abbiamo scelto di fare questa formazione ai centri di cure primarie, nel municipio di Moreno (Bruno) e nel municipio di Hurlingham (Romina), però grazie a questa formazione siamo stati anche negli ospedali generali in diversi reparti e negli ospedali psichiatrici più grandi dal paese come l'Ospedale Psichiatrico José T. Borda e l'Ospedale Psichiatrico di Melchor Romero.

Perché siete qua a Trieste?
Siamo qua a Trieste perché abbiamo fatto un giro per i reparti di salute mentale argentini, e a volte ci domandiamo, specialmente riguardo ai reparti degli ospedali psichiatrici, se quel modo di fare le cose che abbiamo visto è veramente terapeutico. Ci sono degli utenti che vivono in ospedale da molto tempo, che non vedono altro che il corridoio, il cibo e il letto dal ospedale; ci sono professionisti medici e non medici che fanno tutto quello che è possibile però gli utenti non riescono a guarire, a volte anzi stanno peggio da quando sono arrivati. Gli ospedali psichiatrici sembrano essere come le "istituzioni totali" descritte da Goffman. In Argentina c´è una legge, la 26.657, che cerca di fare un cambiamento, in alcuni articoli si vedono parole simili a quelli dalla legge 180: restituire i diritti, abolire il manicomio.
Nel quarto anno del nostro corso di specializzazione, possiamo scegliere un posto qualsiasi nel mondo per andare a imparare come si fanno le cose in un altro sistema di salute. Abbiamo scelto Trieste perché abbiamo capito che è la scelta migliore per conoscere come fare un cambiamento.

Perché siete andati a conoscere Gorizia?
Grazie a Roberto Colapietro abbiamo conosciuto Margherita, volevamo conoscere una Microarea e lei è stata la persona giusta per imparare tutto quello che c´è bisogno di sapere. Prossimamente forse si aprirà a Gorizia una nuova Microarea e noi siamo stati invitati a una riunione con l´equipe dal Centro di Salute Mentale e alcuni rappresentanti dalla Cooperativa La Collina per confrontarsi sulla ricerca azione che stanno facendo prima di avviare un intervento territoriale come quello della Microarea. Qui abbiamo conosciuto persone fantastiche che amano quello che fanno, e hanno un coinvolgimento vero con le persone che soffrono.

Come potete descrivere la salute mentale in Argentina, le cose positive dai servizi territoriali e le criticità?
In Argentina la legge 26.657 ha cominciato la sua storia nell'anno 2010, quindi ci sono ancora molti articoli dalla legge che non sono stati ancora applicati, per esempio: avere appartamenti per evitare l´ospedalizzazione, avere più risorse umane che lavorano sul territorio (il modello è clinico e "ospedalo-centrico"), avere i mezzi per restituire alle persone che soffrono di malattia mentale il loro inserimento nella società, etc. Fra le cose positive possiamo sottolineare che ci sono molti professionisti che hanno il desiderio di fare le cose di modo diverso e generare un cambiamento. E anche che il nostro paese ha molte risorse umane nel campo della salute mentale.
Tutte queste cose positive devono essere accompagnate da decisioni politiche che possano migliorare le condizioni per la guarigione delle persone con sofferenza mentale.

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