Apr 20

Da Laboratorio Sui Generis, un articolo di Lorenzo De Vidovich

Pubblichiamo di seguito un articolo dedicato al nostro seminario tenutosi venerdì scorso, 13 aprile 2018, presso l’Università di Milano-Bicocca, intitolato “Ricerca-Azione-Impresa di Comunità. Sviluppi e Nodi delle Microaree”. Curato da Margherita Bono (Cooperativa sociale La Collina, Trieste) e coordinato da Ota de Leonardis, l’incontro ha assunto le forme di una presentazione collettiva da parte dei diversi soggetti coinvolti nei più recenti sviluppi dell’ormai ampio universo delle Microaree triestine, in particolare a Muggia, Gorizia e Monfalcone. Non solo Cooperativa Sociale la collina, ma anche rappresentanti del dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria di Gorizia (tra cui il direttore Marco Bertoli), volontari del Servizio Civile e abitanti del quartiere di Zindis (Muggia), sede da diversi anni di una Microarea locale, pronta a creare un effetto di contaminazione nei territori circostanti.

La giornata è stata particolarmente significativa non solo per leggere ad analizzare i più recenti sviluppi del Programma Microaree al di fuori del confine triestino, ma soprattutto per aver dato forma ad un confronto fra territori e ricerca, fra abitanti, operatori e studiosi delle tematiche di welfare locale. Le domande, le reazioni e gli interrogativi irrisolti emersi alla fine dell’incontro, rappresentano infatti la ricchezza del patrimonio conoscitivo di carattere comune, che le Microaree hanno saputo costruire nel tempo.

Come portare avanti le pratiche di comunità in un contesto non facile?

La domanda fa da sfondo all’intero dibattito, che si è avviato con una spontanea presentazione di diversi collaboratori attivi nello sviluppo di comunità. Margherita Bono, operatrice della Cooperativa Sociale La Collina, avvia l’incontro con le tre caratteristiche comuni a Muggia, Gorizia e Monfalcone: un approccio aperto e a tutto campo, il coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, l’elaborazione di obiettivi comuni capaci di avvicinare cittadini e istituzioni. Anna Demarchi, referente della Microarea di Zindis, è attiva da anni nel suo territorio, sottolinea come questi tre elementi facciano parte delle dinamiche di rottura dei metodi tradizionali con cui confrontarsi nei percorsi di salute e sviluppo di comunità:

non avere una ricetta è essa stessa una risposta (Anna)

Nicolas e Lorenzo, volontari del Servizio Civile rispettivamente a Zindis e Gorizia (nel quartiere Sant’Anna, dove il mix sociale è contraddistinto ex militari che iniziarono a popolare l’area negli anni ’70 ed ex Jugoslavi in seguito allo scoppio del conflitto balcanico negli anni ’90), evidenziano invece elementi fondamentali nella socialità che caratterizza il mondo delle Microaree, l’approfondita lettura del quartiere e delle sue dinamiche, lo sviluppo di pratiche di associazionismo. Sant’Anna, a Gorizia, si sta infatti adoperando per ricostruire e riproporre lo schema del Programma giuliano anche nell’Alto Isontino. L’esperienza di Monfalcone è invece condivisa da Laura, nel Basso Isontino, del gruppo di ricerca-azione che lavora in sinergia con il Centro di Salute Mentale per la salute e la comunità di un’area a prevalenza anziana (carattere comune dell’intera zona triestino-giuliano).

prendere contatto con associazioni, scuole e cittadini per “sentire il polso” del quartiere (Lorenzo)

Tre nodi, tre questioni fondamentali hanno in particolare guidato la discussione che gli operatori hanno voluto sottoporre a studiosi del Laboratorio Sui Generis e studenti del corso magistrale PROGEST

Siamo dei ricercatori? Siamo dei professionisti? Siamo matti?
Siamo un’impresa? Siamo un ente assistenziale?
Abbiamo molti alleati, o siamo soli?
Difficile trovare una risposta ben circoscritta per ognuna delle domande. Un referente di microarea, ad esempio, è chiamato a fermentare tutte le attività del territorio, mantenendo un certo rigore, ricercando, per l’appunto, persone e competenze utili ad obiettivi comuni. Un’osservazione oggettiva ed approfondita delle dinamiche di quartiere e dei singoli bisogni implica un certo distacco, tipico del comune ricercatore, unito però ad una erogazione, di tipo professionale, di un determinato servizio di comunità e di salute, secondo le linee guida aperte e processuali comuni al Programma Microaree. Sia ricercatori che professionisti, in un contesto che, non bisogna dimenticarlo, è stato teatro di uno dei più importanti processi, anche a livello internazionale, di deistituzionalizzazione psichiatrica, capace di rielaborare e riconfigurare i percorsi per la salute di chi viene comunemente definito matto.

Un’impresa o un ente assistenziale? La risposta non sorge spontanea nemmeno qui, ma è invece frutto dell’incontro fra le caratteristiche di impresa sociale che fanno da sfondo alla logica della Micoraree, ed il servizio d’assistenza quotidiana erogato dagli operatori.

Quando diciamo impresa, ciò che interessa è la produzione di “valore”: non vogliamo fare le cose tanto per fare. Quando diciamo ente assistenziale, intendiamo non occuparci delle persone trattandoli come oggetti passivi” (Margherita)

Uno scambio di domande introduce la terza questione: molti alleati, o una programmazione svolta in solitudine? Il tema è però anticipato da molte questioni cardine, che toccano temi diversi.

Come procedere nel “rendicontare” ad istituzioni che richiedono molta standardizzazione e modalità di tipo quantitativo? Come è stata ripensata la tradizione basagliana alla luce di domande e sfide diverse da quelle che mossero Basaglia a suo tempo?
 Le due questioni sollevate da Emanuele Polizzi introducono i temi della co-progettazione, del partenariato fra diversi attori nelle arene di governance, nell’esigenza di ottenere un ruolo più trainante da parte delle istituzioni nel consolidamento del programma e delle pratiche.

Cosa intendete per “produrre valore”?, si interroga Lavinia Bifulco menzionando l’ormai forte riferimento all’economia che ormai pervade nelle imprese sociali. Come si svolge la riconversione delle risorse economiche? , domanda Raffaele Monteleone. Di risposta, l’attenzione ricade su quello che gli operatori chiamano valore culturale, su cui insiste anche il dottor Bertoli dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria di Gorizia, che conclude con un invito a consolidare le pratiche delle Microaree.

Dove non arrivano le istituzioni possono arrivare altri enti, e questo processo deve crescere, generando quindi anche una crescita delle risorse. Il futuro è qui, non è né l’ambulatorio né il ricovero ospedaliero, ma in questi percorsi di vicinanza ai cittadini. (dott. Marco Bertoli)

Conclude l’incontro il commento finale di Ota de Leonardis, che getta le basi per un secondo appuntamento, al fine di proseguire nella decostruzione e nell’analisi dei tre nodi presentati da Margherita Bono e i suoi collaboratori.

Apr 11

I gruppi di lavoro delle Ricerche Azione e Microaree portate avanti da La Collina partono giovedì 12 aprile per una emozionante trasferta a Milano! Parteciperanno al viaggio operatrici e operatori, borsiste/i, volontari di Servizio Civile, dirigenti dei Servizi Sanitari, abitanti della Microarea di Zindis... Saremo quasi 20! Il viaggio sarà dedicato a conoscere le attività della cooperativa Olinda e a presentare il nostro lavoro nel seminario "Ricerca-azione-impresa di comunità: sviluppi e nodi delle microaree” organizzato dal Laboratorio di Ricerca Sui Generis presso l'Università di Milano Bicocca.

Feb 12

Nel nostro lavoro a Zindis abbiamo accolto qualche tempo fa, per una mattinata di formazione, tutti i volontari di Servizio Civile dell'Azienda Sanitaria inseriti nelle diverse Microaree. Si tratta di una formazione specifica che le diverse Microaree offrono a turno al gruppo dei volontari. Questo articolo è scritto dai volontari ed è il frutto dei discorsi fatti insieme nella mattinata a Zindis. Li ringraziamo tutti, e in particolare Chiara Dicandia e Nicholas Bertani, i volontari di Zindis!

Il volontario del Servizio Civile Nazionale è solo una delle tante figure presenti sul nostro territorio, ma non per questo di minore importanza. Il volontario è indispensabile per tutti i diversi progetti sparsi sul territorio triestino e non solo.

Le motivazioni che spingono la persona ad intraprendere questa strada sono le più svariate. Con le seguenti testimonianze si riescono a percepire le varie sfaccettature e le diverse soggettività che entrano in gioco in questo percorso specifico nelle Microaree.

CATENA RELAZIONALE: (Chiara, Nicholas, Andrea)

Il volontario del Servizio Civile Nazionale nel progetto delle MicroAree ha il compito di instaurare dei rapporti con gli utenti, ma anche con gli abitanti del rione in cui operano e con gli svariati enti aderenti al progetto.

Relazionarsi con gli altri in questo ambito è molto importante perché così facendo si creano dei veri e propri rapporti di empatia basati sulla fiducia, cercando di costruire nel tempo un’amicizia reciproca basata principalmente sull’aiuto e sull’ascolto, creando delle soluzioni adatte a tutti i singoli casi, in base alle diverse esigenze personali.

Questi rapporti interpersonali non sono solo di aiuto agli abitanti delle Microaree, ma creano anche una maturazione personale a livello morale ed etico nel volontario.

Tutto questo aiuta la persona a sensibilizzarsi nei rapporti umani in generale, riuscendo a guardare anche al di fuori dei singoli abitanti stessi. Così facendo si crea una vera catena relazionale e sociale volta a non isolare l'abitante e a renderlo partecipe alla vita di tutti i giorni.

NUDI IN MEZZO ALLA GENTE: (Katia, Tilen, Daniele)

Il volontario deve apprendere l’abilità di interfacciarsi davanti alle persone, cercando di essere aperto alla comprensione dei problemi altrui senza mai mascherarsi e quindi facendo capire alle persone con cui si lavora o per cui si lavora che anche se “non siamo sulla stessa barca", "navighiamo nello stesso mare”.

C’è però il bisogno di mettere dei “paletti” davanti all’utenza con cui sì è a contatto perché assorbire o assimilare tutte le diverse problematiche e difficoltà di queste persone può portare ad un indebolimento non necessario alla figura del volontario.

Ovviamente l’assimilazione, in una dose limitata, delle situazioni ostiche e disagiate porta ad una maggiore comprensione della realtà che si ha davanti e alla risoluzione di esse, ove possibile.

COME UN AMICO: (Alessia, Eleonora, Ahmed, Michele)

La figura del volontario molto spesso viene vista, specialmente dalle persone anziane, come una sorta di amico e di confidente.

Vista la loro età, queste persone molto spesso sono da sole e si trovano davanti a situazioni di isolamento sociale ed emotivo che li porta ad un’assenza di rapporti umani; quindi per loro i volontari diventano come dei nipoti con i quali non si parla solo di salute, bensì di qualsiasi altra cosa.

Diventiamo quindi una figura amica, familiare, con la quale si entra in confidenza e a cui chiedere consigli, o semplicemente diventiamo una persona alla quale raccontare le proprie storie di vita lontane.

In conclusione, la nostra giovane età li condiziona in maniera positiva perché portiamo un raggio di sole nelle loro giornate che, molto spesso, sono buie.

IL SERVIZIO CIVILE NEL NOSTRO PERCORSO DI VITA: (Luca, Massimiliano, Vincenzo, Abu)

Il servizio civile è una scelta importante, in cui per scelta volontaria ci si mette al servizio della comunità per 12 mesi. È inoltre un’ottima opportunità per la propria crescita personale.

In questi mesi da volontario si può cercare di capire se quanto svolto in questo determinato periodo potrebbe diventare in un futuro un lavoro o un inizio di un percorso di studio, basato sulle svariate capacità e abilità acquistate durante l’esperienza personale.

In alcuni casi, quindi, la scelta di essere volontario nasce semplicemente dalla voglia di mettersi in gioco, mettendo a frutto le proprie capacità, visto il fatto che per entrare a far parte di questo determinato progetto non è necessario avere una formazione specifica iniziale; per altri invece questa scelta è presa per approfondire le conoscenze acquistate durante il percorso di studi svolto.

Il Servizio Civile inoltre è un primo contatto con il mondo del lavoro, in quanto trovare occupazione per i giovani d’oggi è sempre più difficile.

METTERCI DEL PROPRIO: (Ilaria, Gaia, Deborah)

In questa esperienza bisogna mettere in gioco le proprie capacità, in modo da riuscire a relazionarsi con le persone il meglio possibile. Inoltre, per fare il volontario bisogna impegnarsi al massimo mettendoci il meglio di sé stessi nelle varie attività che coinvolgono le persone.

Noi volontari dobbiamo mettere le nostre conoscenze ed esperienze personali a disposizione di chi ne ha bisogno, per cercare di capire costantemente le esigenze di ogni persona e, in base ad esse, collaborare con lei in modo da farla sentire a proprio agio.

Si cerca quindi di aiutare gli utenti a sbloccarsi, in modo da guadagnare sempre più fiducia in loro stessi ma anche in noi, per il futuro.

Non è sempre facile capire come comportarsi in determinate situazioni, ma bisogna comunque impegnarsi per cercare di dare qualcosa in più a determinate persone che si rivolgono a noi, anche semplicemente per un consiglio o un aiuto.

Gen 02

Pubblichiamo di seguito l'articolo scritto da Romina Mendez riguardo alla sua visita, insieme al suo collega Bruno Briganzoli, a La Collina e ai progetti di ricerca azione e interventi di salute e sviluppo di comunità che stanno nascendo dall'esperienza di Zindis.

Chi siete e cosa fate in Argentina?
Siamo Bruno Biganzoli e Romina Mendez, ci siamo laureati in Psicologia alla Universidad de La Plata (Bruno) e alla Universidad de Buenos Aires (Romina) in Argentina. Dopo esserci laureati abbiamo scelto di fare un esame al Ministero della Salute della Provincia di Buenos Aires per un corso di specializzazione in Psicologia, una formazione di 4 anni con borsa di studio nei servizi pubblici di salute. Noi abbiamo scelto di fare questa formazione ai centri di cure primarie, nel municipio di Moreno (Bruno) e nel municipio di Hurlingham (Romina), però grazie a questa formazione siamo stati anche negli ospedali generali in diversi reparti e negli ospedali psichiatrici più grandi dal paese come l'Ospedale Psichiatrico José T. Borda e l'Ospedale Psichiatrico di Melchor Romero.

Perché siete qua a Trieste?
Siamo qua a Trieste perché abbiamo fatto un giro per i reparti di salute mentale argentini, e a volte ci domandiamo, specialmente riguardo ai reparti degli ospedali psichiatrici, se quel modo di fare le cose che abbiamo visto è veramente terapeutico. Ci sono degli utenti che vivono in ospedale da molto tempo, che non vedono altro che il corridoio, il cibo e il letto dal ospedale; ci sono professionisti medici e non medici che fanno tutto quello che è possibile però gli utenti non riescono a guarire, a volte anzi stanno peggio da quando sono arrivati. Gli ospedali psichiatrici sembrano essere come le "istituzioni totali" descritte da Goffman. In Argentina c´è una legge, la 26.657, che cerca di fare un cambiamento, in alcuni articoli si vedono parole simili a quelli dalla legge 180: restituire i diritti, abolire il manicomio.
Nel quarto anno del nostro corso di specializzazione, possiamo scegliere un posto qualsiasi nel mondo per andare a imparare come si fanno le cose in un altro sistema di salute. Abbiamo scelto Trieste perché abbiamo capito che è la scelta migliore per conoscere come fare un cambiamento.

Perché siete andati a conoscere Gorizia?
Grazie a Roberto Colapietro abbiamo conosciuto Margherita, volevamo conoscere una Microarea e lei è stata la persona giusta per imparare tutto quello che c´è bisogno di sapere. Prossimamente forse si aprirà a Gorizia una nuova Microarea e noi siamo stati invitati a una riunione con l´equipe dal Centro di Salute Mentale e alcuni rappresentanti dalla Cooperativa La Collina per confrontarsi sulla ricerca azione che stanno facendo prima di avviare un intervento territoriale come quello della Microarea. Qui abbiamo conosciuto persone fantastiche che amano quello che fanno, e hanno un coinvolgimento vero con le persone che soffrono.

Come potete descrivere la salute mentale in Argentina, le cose positive dai servizi territoriali e le criticità?
In Argentina la legge 26.657 ha cominciato la sua storia nell'anno 2010, quindi ci sono ancora molti articoli dalla legge che non sono stati ancora applicati, per esempio: avere appartamenti per evitare l´ospedalizzazione, avere più risorse umane che lavorano sul territorio (il modello è clinico e "ospedalo-centrico"), avere i mezzi per restituire alle persone che soffrono di malattia mentale il loro inserimento nella società, etc. Fra le cose positive possiamo sottolineare che ci sono molti professionisti che hanno il desiderio di fare le cose di modo diverso e generare un cambiamento. E anche che il nostro paese ha molte risorse umane nel campo della salute mentale.
Tutte queste cose positive devono essere accompagnate da decisioni politiche che possano migliorare le condizioni per la guarigione delle persone con sofferenza mentale.

Dic 07

Pubblichiamo di seguito l'articolo che Lorenzo De Vidovich e Benedetta Marani, dottorandi del politecnico di Milano, hanno scritto sull'incontro pubblico Un Percorso per i territori dell’Ambito 1.3 che abbiamo organizzato a Muggia e a cui hanno partecipato.

Si è svolto lunedì 4 dicembre 2017, presso la Sala Millo del Comune di Muggia, l’incontro pubblico Un Percorso per i territori dell’Ambito 1.3, con l’obiettivo di presentare i risultati dell’interessantissima “ricerca-azione” svolta nel corso del 2017 nel comune di San Dorligo della Valle, e nei rioni di Fonderia e Aquilinia, del Comune di Muggia. Il percorso di ricerca è nato con l’intenzione di rafforzare gli orizzonti di policy dell’ormai consolidata esperienza della Microarea di Zindis, di fronte all’esigenza e all’obiettivo comune di delineare nuovi interventi orientati al benessere dei cittadini e allo sviluppo proattivo delle comunità locali. L’incarico dell’Ambito 1.3, assieme all’Azienda sanitaria (ASUITs) e all’ATER, è stato brillantemente raccolto dalla Cooperativa La Collina e restituito da Margherita Bono, coordinatrice della ricerca.

Integrazione, inclusione, partecipazione e salute sono solo alcune delle parole chiave che hanno contraddistinto l’incontro, dove i temi del benessere si sono intrecciati con l’analisi dei percorsi di welfare per i territori giuliani, evidenziando un crescente rafforzamento del respiro prospettico del Programma Microaree, sperimentazione che a Trieste si avvicina al suo ventesimo anniversario.
La giornata si è svolta in una sala gremita non solo da parte delle istituzioni ma anche dagli abitanti, in particolare dal rione Zindis, assieme alla presenza di esperti provenienti sin da Gorizia e dall’ambiente di ricerca universitaria. I risultati di un territorio eterogeneo come quello tra Aquilinia, Fonderia e San Dorligo della Valle, restituiscono una cornice di ricerca dove i bisogni dei territori restano ancora parzialmente inespressi ma il desiderio di costruire nuove alleanze e sinergie alimenta la partecipazione dei cittadini, pronti a mettersi in gioco con le loro esperienze di vita per arricchire un repertorio di sperimentazioni “micro” sempre più vincenti.

«Muggia è un laboratorio innovativo», ha sostenuto Ofelia Altomare, direttrice del Distretto Sanitario 3, sottolineando come l’intesa fra più enti sia stata in grado, negli anni, di rimettere in discussione le pratiche interne migliorando i servizi socio-sanitari nei contesti residenziali in cui prende forma la loro quotidianità. Allo stesso modo, Francesco Salvini della University of Kent, nel suo intervento sottolinea due elementi centrali dell’esperienza delle Microaree: la capacità di mettere in discussione la cultura delle istituzioni facendo leva sulla condivisione di spazi sociali da un lato, e l’integrazione fra competenze, fra politiche pubbliche, fra cittadini ed istituzioni, dall’altro.
Il percorso per i territori dell’Ambito 1.3 si inserisce – secondo l’esperto – in un più ampio processo di trasformazione del welfare contraddistinto da precarietà, instabilità (sia politica che economica), frammentazione e fragilità. Come si crea integrazione in mezzo alla fragilità? La Microarea è oggi una risposta a questa domanda, dalla quale prendere le mosse per nuovi spunti tra Fonderia,  Aquilinia e San Dorligo della Valle. Stare in mezzo ai problemi per rispondere ai bisogni collettivi attraverso lo sviluppo di co-progettazioni, diventate oggetto anche di Protocolli d’intesa di carattere istituzionale, come evidenziato dall’Assessore Gandini, del Comune di Muggia.
Nella presentazione dei risultati, curata da Margherita Bono, c’è spazio non solo per una attenta descrizione delle aree di studio, compresi i punti di forza e le fragilità, ma anche per la voce dei cittadini, «i principali esperti» sulle problematiche dei territori. I due quartieri di Muggia, assieme a San Dorligo della Valle, sono territori fragili sia dal punto di vista della morfologia che del tessuto sociale – si noti l’elevata presenza di popolazioni anziane – ma pronti a nuove sperimentazioni per riprodurre il modello Microarea riadattandolo alle questioni emergenti nei diversi contesti. Il dibattito ha gettato le basi per l’avvio di una Microarea nel piccolo contesto di Fonderia, ed individuato l’idea di una “Microarea mobile” per Aqulinia, quartiere scosceso di Muggia, e San Dorligo della Valle, comune sparso di 24 località che può contare su una rete associativa solida (5 sedi dell’ANPI, 10 circoli culturali sloveni, 8 associazioni) ma vive un declino della partecipazione attiva dei cittadini, a maggioranza slovena. I passi successivi alla ricerca-azione si muoveranno lungo i binari della localizzazione del welfare, che a Trieste e dintorni ha trovato un fertile terreno di sviluppo dove non mancano percorsi di “apprendimento collettivo” inter-istituzionale.

In più, durante il dibattito pubblico, l’entusiasta voce dei cittadini, in particolare da Zindis, ha trovato un mezzo d’espressione attraverso i cartoncini (nell’immagine) creati e distribuiti da Lorenzo De Vidovich e Benedetta Marani, dottorandi del Politecnico di Milano e studiosi di welfare locale.
La conclusiva pluralità di opinioni ha arricchito l’incontro: dai volontari del Servizio Civile impegnati nelle “attività di microarea” a Sari Massiotta, dell’azienda sanitaria triestina, il pensiero comune di essere di fronte ad un prezioso patrimonio di programmazioni innovative vicine ai bisogni quotidiani della cittadinanza, dà lo slancio verso il futuro in nome dell’alleanza e del lavoro collettivo verso un obiettivo comune: il benessere per i territori giuliani.

SCARICA QUI IL PDF DEL LIBRETTO "SIntesti Ricerca Azione “Un percorso per i territori dell’Ambito 1.3”

SCARICA QUI IL PDF DEL VOLUME "Parole / Esperienze / DIrezioni chiavi"

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