Feb 12

Nel nostro lavoro a Zindis abbiamo accolto qualche tempo fa, per una mattinata di formazione, tutti i volontari di Servizio Civile dell'Azienda Sanitaria inseriti nelle diverse Microaree. Si tratta di una formazione specifica che le diverse Microaree offrono a turno al gruppo dei volontari. Questo articolo è scritto dai volontari ed è il frutto dei discorsi fatti insieme nella mattinata a Zindis. Li ringraziamo tutti, e in particolare Chiara Dicandia e Nicholas Bertani, i volontari di Zindis!

Il volontario del Servizio Civile Nazionale è solo una delle tante figure presenti sul nostro territorio, ma non per questo di minore importanza. Il volontario è indispensabile per tutti i diversi progetti sparsi sul territorio triestino e non solo.

Le motivazioni che spingono la persona ad intraprendere questa strada sono le più svariate. Con le seguenti testimonianze si riescono a percepire le varie sfaccettature e le diverse soggettività che entrano in gioco in questo percorso specifico nelle Microaree.

CATENA RELAZIONALE: (Chiara, Nicholas, Andrea)

Il volontario del Servizio Civile Nazionale nel progetto delle MicroAree ha il compito di instaurare dei rapporti con gli utenti, ma anche con gli abitanti del rione in cui operano e con gli svariati enti aderenti al progetto.

Relazionarsi con gli altri in questo ambito è molto importante perché così facendo si creano dei veri e propri rapporti di empatia basati sulla fiducia, cercando di costruire nel tempo un’amicizia reciproca basata principalmente sull’aiuto e sull’ascolto, creando delle soluzioni adatte a tutti i singoli casi, in base alle diverse esigenze personali.

Questi rapporti interpersonali non sono solo di aiuto agli abitanti delle Microaree, ma creano anche una maturazione personale a livello morale ed etico nel volontario.

Tutto questo aiuta la persona a sensibilizzarsi nei rapporti umani in generale, riuscendo a guardare anche al di fuori dei singoli abitanti stessi. Così facendo si crea una vera catena relazionale e sociale volta a non isolare l'abitante e a renderlo partecipe alla vita di tutti i giorni.

NUDI IN MEZZO ALLA GENTE: (Katia, Tilen, Daniele)

Il volontario deve apprendere l’abilità di interfacciarsi davanti alle persone, cercando di essere aperto alla comprensione dei problemi altrui senza mai mascherarsi e quindi facendo capire alle persone con cui si lavora o per cui si lavora che anche se “non siamo sulla stessa barca", "navighiamo nello stesso mare”.

C’è però il bisogno di mettere dei “paletti” davanti all’utenza con cui sì è a contatto perché assorbire o assimilare tutte le diverse problematiche e difficoltà di queste persone può portare ad un indebolimento non necessario alla figura del volontario.

Ovviamente l’assimilazione, in una dose limitata, delle situazioni ostiche e disagiate porta ad una maggiore comprensione della realtà che si ha davanti e alla risoluzione di esse, ove possibile.

COME UN AMICO: (Alessia, Eleonora, Ahmed, Michele)

La figura del volontario molto spesso viene vista, specialmente dalle persone anziane, come una sorta di amico e di confidente.

Vista la loro età, queste persone molto spesso sono da sole e si trovano davanti a situazioni di isolamento sociale ed emotivo che li porta ad un’assenza di rapporti umani; quindi per loro i volontari diventano come dei nipoti con i quali non si parla solo di salute, bensì di qualsiasi altra cosa.

Diventiamo quindi una figura amica, familiare, con la quale si entra in confidenza e a cui chiedere consigli, o semplicemente diventiamo una persona alla quale raccontare le proprie storie di vita lontane.

In conclusione, la nostra giovane età li condiziona in maniera positiva perché portiamo un raggio di sole nelle loro giornate che, molto spesso, sono buie.

IL SERVIZIO CIVILE NEL NOSTRO PERCORSO DI VITA: (Luca, Massimiliano, Vincenzo, Abu)

Il servizio civile è una scelta importante, in cui per scelta volontaria ci si mette al servizio della comunità per 12 mesi. È inoltre un’ottima opportunità per la propria crescita personale.

In questi mesi da volontario si può cercare di capire se quanto svolto in questo determinato periodo potrebbe diventare in un futuro un lavoro o un inizio di un percorso di studio, basato sulle svariate capacità e abilità acquistate durante l’esperienza personale.

In alcuni casi, quindi, la scelta di essere volontario nasce semplicemente dalla voglia di mettersi in gioco, mettendo a frutto le proprie capacità, visto il fatto che per entrare a far parte di questo determinato progetto non è necessario avere una formazione specifica iniziale; per altri invece questa scelta è presa per approfondire le conoscenze acquistate durante il percorso di studi svolto.

Il Servizio Civile inoltre è un primo contatto con il mondo del lavoro, in quanto trovare occupazione per i giovani d’oggi è sempre più difficile.

METTERCI DEL PROPRIO: (Ilaria, Gaia, Deborah)

In questa esperienza bisogna mettere in gioco le proprie capacità, in modo da riuscire a relazionarsi con le persone il meglio possibile. Inoltre, per fare il volontario bisogna impegnarsi al massimo mettendoci il meglio di sé stessi nelle varie attività che coinvolgono le persone.

Noi volontari dobbiamo mettere le nostre conoscenze ed esperienze personali a disposizione di chi ne ha bisogno, per cercare di capire costantemente le esigenze di ogni persona e, in base ad esse, collaborare con lei in modo da farla sentire a proprio agio.

Si cerca quindi di aiutare gli utenti a sbloccarsi, in modo da guadagnare sempre più fiducia in loro stessi ma anche in noi, per il futuro.

Non è sempre facile capire come comportarsi in determinate situazioni, ma bisogna comunque impegnarsi per cercare di dare qualcosa in più a determinate persone che si rivolgono a noi, anche semplicemente per un consiglio o un aiuto.

Gen 02

Pubblichiamo di seguito l'articolo scritto da Romina Mendez riguardo alla sua visita, insieme al suo collega Bruno Briganzoli, a La Collina e ai progetti di ricerca azione e interventi di salute e sviluppo di comunità che stanno nascendo dall'esperienza di Zindis.

Chi siete e cosa fate in Argentina?
Siamo Bruno Biganzoli e Romina Mendez, ci siamo laureati in Psicologia alla Universidad de La Plata (Bruno) e alla Universidad de Buenos Aires (Romina) in Argentina. Dopo esserci laureati abbiamo scelto di fare un esame al Ministero della Salute della Provincia di Buenos Aires per un corso di specializzazione in Psicologia, una formazione di 4 anni con borsa di studio nei servizi pubblici di salute. Noi abbiamo scelto di fare questa formazione ai centri di cure primarie, nel municipio di Moreno (Bruno) e nel municipio di Hurlingham (Romina), però grazie a questa formazione siamo stati anche negli ospedali generali in diversi reparti e negli ospedali psichiatrici più grandi dal paese come l'Ospedale Psichiatrico José T. Borda e l'Ospedale Psichiatrico di Melchor Romero.

Perché siete qua a Trieste?
Siamo qua a Trieste perché abbiamo fatto un giro per i reparti di salute mentale argentini, e a volte ci domandiamo, specialmente riguardo ai reparti degli ospedali psichiatrici, se quel modo di fare le cose che abbiamo visto è veramente terapeutico. Ci sono degli utenti che vivono in ospedale da molto tempo, che non vedono altro che il corridoio, il cibo e il letto dal ospedale; ci sono professionisti medici e non medici che fanno tutto quello che è possibile però gli utenti non riescono a guarire, a volte anzi stanno peggio da quando sono arrivati. Gli ospedali psichiatrici sembrano essere come le "istituzioni totali" descritte da Goffman. In Argentina c´è una legge, la 26.657, che cerca di fare un cambiamento, in alcuni articoli si vedono parole simili a quelli dalla legge 180: restituire i diritti, abolire il manicomio.
Nel quarto anno del nostro corso di specializzazione, possiamo scegliere un posto qualsiasi nel mondo per andare a imparare come si fanno le cose in un altro sistema di salute. Abbiamo scelto Trieste perché abbiamo capito che è la scelta migliore per conoscere come fare un cambiamento.

Perché siete andati a conoscere Gorizia?
Grazie a Roberto Colapietro abbiamo conosciuto Margherita, volevamo conoscere una Microarea e lei è stata la persona giusta per imparare tutto quello che c´è bisogno di sapere. Prossimamente forse si aprirà a Gorizia una nuova Microarea e noi siamo stati invitati a una riunione con l´equipe dal Centro di Salute Mentale e alcuni rappresentanti dalla Cooperativa La Collina per confrontarsi sulla ricerca azione che stanno facendo prima di avviare un intervento territoriale come quello della Microarea. Qui abbiamo conosciuto persone fantastiche che amano quello che fanno, e hanno un coinvolgimento vero con le persone che soffrono.

Come potete descrivere la salute mentale in Argentina, le cose positive dai servizi territoriali e le criticità?
In Argentina la legge 26.657 ha cominciato la sua storia nell'anno 2010, quindi ci sono ancora molti articoli dalla legge che non sono stati ancora applicati, per esempio: avere appartamenti per evitare l´ospedalizzazione, avere più risorse umane che lavorano sul territorio (il modello è clinico e "ospedalo-centrico"), avere i mezzi per restituire alle persone che soffrono di malattia mentale il loro inserimento nella società, etc. Fra le cose positive possiamo sottolineare che ci sono molti professionisti che hanno il desiderio di fare le cose di modo diverso e generare un cambiamento. E anche che il nostro paese ha molte risorse umane nel campo della salute mentale.
Tutte queste cose positive devono essere accompagnate da decisioni politiche che possano migliorare le condizioni per la guarigione delle persone con sofferenza mentale.

Dic 07

Pubblichiamo di seguito l'articolo che Lorenzo De Vidovich e Benedetta Marani, dottorandi del politecnico di Milano, hanno scritto sull'incontro pubblico Un Percorso per i territori dell’Ambito 1.3 che abbiamo organizzato a Muggia e a cui hanno partecipato.

Si è svolto lunedì 4 dicembre 2017, presso la Sala Millo del Comune di Muggia, l’incontro pubblico Un Percorso per i territori dell’Ambito 1.3, con l’obiettivo di presentare i risultati dell’interessantissima “ricerca-azione” svolta nel corso del 2017 nel comune di San Dorligo della Valle, e nei rioni di Fonderia e Aquilinia, del Comune di Muggia. Il percorso di ricerca è nato con l’intenzione di rafforzare gli orizzonti di policy dell’ormai consolidata esperienza della Microarea di Zindis, di fronte all’esigenza e all’obiettivo comune di delineare nuovi interventi orientati al benessere dei cittadini e allo sviluppo proattivo delle comunità locali. L’incarico dell’Ambito 1.3, assieme all’Azienda sanitaria (ASUITs) e all’ATER, è stato brillantemente raccolto dalla Cooperativa La Collina e restituito da Margherita Bono, coordinatrice della ricerca.

Integrazione, inclusione, partecipazione e salute sono solo alcune delle parole chiave che hanno contraddistinto l’incontro, dove i temi del benessere si sono intrecciati con l’analisi dei percorsi di welfare per i territori giuliani, evidenziando un crescente rafforzamento del respiro prospettico del Programma Microaree, sperimentazione che a Trieste si avvicina al suo ventesimo anniversario.
La giornata si è svolta in una sala gremita non solo da parte delle istituzioni ma anche dagli abitanti, in particolare dal rione Zindis, assieme alla presenza di esperti provenienti sin da Gorizia e dall’ambiente di ricerca universitaria. I risultati di un territorio eterogeneo come quello tra Aquilinia, Fonderia e San Dorligo della Valle, restituiscono una cornice di ricerca dove i bisogni dei territori restano ancora parzialmente inespressi ma il desiderio di costruire nuove alleanze e sinergie alimenta la partecipazione dei cittadini, pronti a mettersi in gioco con le loro esperienze di vita per arricchire un repertorio di sperimentazioni “micro” sempre più vincenti.

«Muggia è un laboratorio innovativo», ha sostenuto Ofelia Altomare, direttrice del Distretto Sanitario 3, sottolineando come l’intesa fra più enti sia stata in grado, negli anni, di rimettere in discussione le pratiche interne migliorando i servizi socio-sanitari nei contesti residenziali in cui prende forma la loro quotidianità. Allo stesso modo, Francesco Salvini della University of Kent, nel suo intervento sottolinea due elementi centrali dell’esperienza delle Microaree: la capacità di mettere in discussione la cultura delle istituzioni facendo leva sulla condivisione di spazi sociali da un lato, e l’integrazione fra competenze, fra politiche pubbliche, fra cittadini ed istituzioni, dall’altro.
Il percorso per i territori dell’Ambito 1.3 si inserisce – secondo l’esperto – in un più ampio processo di trasformazione del welfare contraddistinto da precarietà, instabilità (sia politica che economica), frammentazione e fragilità. Come si crea integrazione in mezzo alla fragilità? La Microarea è oggi una risposta a questa domanda, dalla quale prendere le mosse per nuovi spunti tra Fonderia,  Aquilinia e San Dorligo della Valle. Stare in mezzo ai problemi per rispondere ai bisogni collettivi attraverso lo sviluppo di co-progettazioni, diventate oggetto anche di Protocolli d’intesa di carattere istituzionale, come evidenziato dall’Assessore Gandini, del Comune di Muggia.
Nella presentazione dei risultati, curata da Margherita Bono, c’è spazio non solo per una attenta descrizione delle aree di studio, compresi i punti di forza e le fragilità, ma anche per la voce dei cittadini, «i principali esperti» sulle problematiche dei territori. I due quartieri di Muggia, assieme a San Dorligo della Valle, sono territori fragili sia dal punto di vista della morfologia che del tessuto sociale – si noti l’elevata presenza di popolazioni anziane – ma pronti a nuove sperimentazioni per riprodurre il modello Microarea riadattandolo alle questioni emergenti nei diversi contesti. Il dibattito ha gettato le basi per l’avvio di una Microarea nel piccolo contesto di Fonderia, ed individuato l’idea di una “Microarea mobile” per Aqulinia, quartiere scosceso di Muggia, e San Dorligo della Valle, comune sparso di 24 località che può contare su una rete associativa solida (5 sedi dell’ANPI, 10 circoli culturali sloveni, 8 associazioni) ma vive un declino della partecipazione attiva dei cittadini, a maggioranza slovena. I passi successivi alla ricerca-azione si muoveranno lungo i binari della localizzazione del welfare, che a Trieste e dintorni ha trovato un fertile terreno di sviluppo dove non mancano percorsi di “apprendimento collettivo” inter-istituzionale.

In più, durante il dibattito pubblico, l’entusiasta voce dei cittadini, in particolare da Zindis, ha trovato un mezzo d’espressione attraverso i cartoncini (nell’immagine) creati e distribuiti da Lorenzo De Vidovich e Benedetta Marani, dottorandi del Politecnico di Milano e studiosi di welfare locale.
La conclusiva pluralità di opinioni ha arricchito l’incontro: dai volontari del Servizio Civile impegnati nelle “attività di microarea” a Sari Massiotta, dell’azienda sanitaria triestina, il pensiero comune di essere di fronte ad un prezioso patrimonio di programmazioni innovative vicine ai bisogni quotidiani della cittadinanza, dà lo slancio verso il futuro in nome dell’alleanza e del lavoro collettivo verso un obiettivo comune: il benessere per i territori giuliani.

SCARICA QUI IL PDF DEL LIBRETTO "SIntesti Ricerca Azione “Un percorso per i territori dell’Ambito 1.3”

SCARICA QUI IL PDF DEL VOLUME "Parole / Esperienze / DIrezioni chiavi"

retro fronte

Dic 01

Lunedì 4 dicembre dalle ore 16:00 alle ore 19:00, presso la Sala Millo, a Muggia si svolgerà un incontro pubblico in cui verranno presentati i risultati della Ricerca Azione "Un percorso per i territori dell'Ambito 1.3", svolta nei rioni di Fonderia e Aquilinia a Muggia e nel comune di San Dorligo della Valle dalla Cooperativa La Collina, su incarico dell'Ambito 1.3, con Comune di Muggia e Comune di San Dorligo della Valle e in collaborazione anche con Azienda Sanitaria e Ater. Il percorso è partito dalla positiva esperienza della Microarea di Zindis per pensare a nuovi interventi utili per lo star bene e lo sviluppo di comunità in nuovi territori.

Ott 24

Anche se non riusciamo mai a raccontare sul sito tutto quello che avviene nella Microarea di Zindis, le attività di supporto alle persone più fragili in raccordo con i servizi e sviluppo di comunità stanno come sempre proseguendo intensamente. Lavoro in rete con i servizi, distribuzione di verdure recuperate dal Mercato Ortofrutticolo (ass. Laura), attività di "pulizia partecipata" delle aree esterne del rione, attività laboratoriali e di autofinanziamento autogestite dalle abitanti coinvolte, progetti per i giovani... E una quotidianità in sede ricca di partecipazione e incontri. Ultimamente sono venuti a trovarci da un Centro Studi di Torino e ci hanno dato il loro punto di vista rispondendo per iscritto alle nostre domande. Pubblichiamo qui interamente le loro risposte, che ci sono sembrate molto utili e interessanti:

Chi siete e come mai siete venuti a Trieste e a visitare le Microaree e Zindis in particolare?
Siamo Daniela Gariglio e Davide Bombini, due collaboratori del Centro Studi DiVI (Diritti per la Vita Indipendente) dell’Università di Torino. Ci siamo interessati alle Microaree poiché ci si prende carico della persona nella sua globalità, in maniera ecologica. È l’approccio che abbiamo noi nel nostro lavoro insieme alle persone con disabilità intellettiva: coprogettare insieme con la persona, la famiglia, il contesto sociale e i servizi attivi, un percorso di vita teso al godimento dei diritti. Non ci focalizziamo sugli aspetti di disabilità quando progettiamo. Li mettiamo tra parentesi (che non significa dimenticarsene) per impiegare uno sguardo olistico. Per questo le Microaree ci sono sembrate interessanti da vivere. La scelta di Zindis è dovuta, come spesso accade nella vita, a un insieme di fattori: voluti alcuni e casuali altri. Uno di questi è stata la conoscenza di Margherita, coordinatrice di Zindis, che ci ha raccontato l’approccio impiegato nel lavoro con le persone; e ci è sembrato molto interessante.

Che impressione vi ha fatto il progetto microaree e di Zindis in particolare? Avete suggerimenti da darci per il futuro?
Parlare di che impressione ci abbia fatto è assolutamente complesso da ridurre in poche righe e, forse, non ci sono abbastanza parole per spiegarlo. Abbiamo visto qui (e a Ponziana) un approccio alle persone profondamente umano. Le persone del quartiere possono entrare in Microarea come a casa di un amico accogliente. Trovano persone preparate e professionali che non si barricano dietro alla formalità della loro professione ma danno pieno valore alla dimensione relazionale, fatta da due (o più) persone e dalle loro identità e specificità. Il clima a Zindis è disteso, informale ma mai banalizzante: appena entrati si percepisce complicità tra tutte le persone, un’amichevolezza che permette di sostenere la persona in ogni suo bisogno senza mai svalutarne la dignità, le competenze, i diritti… Le persone, tutte (operatori e non) sono competenti sul proprio quartiere, i problemi e le soluzioni si condividono e si progetta insieme come rispondere alle necessità. Questo, oltre che raro, è un indicatore di buona salute di un servizio, che non dimentica mai che si stia lavorando con persone, dotate di dignità, indipendenza decisionale e competenza sulla propria vita. I suggerimenti per il futuro, con umiltà da parte nostra, non sono precisamente rivolti alla Microarea, ma alle amministrazioni pubbliche: investire di più su queste realtà rende la vita delle persone più felice, aumenta il benessere e previene situazioni gravi di emarginazione. Una ricetta che fa bene a tutti e sul lungo periodo.

Cosa fate a Torino e come lo scambio di Trieste vi può essere utile per il vostro lavoro?
A Torino siamo parte di un Centro Studi Universitario che promuove il diritto alla vita indipendente per tutte le persone con disabilità intellettiva. Il nostro obiettivo istituzionale è orientare le pratiche pubbliche per fare in modo che si trovino modalità personalizzate affinché il diritto sia rispettato in ogni condizione, indipendentemente da gravità, età, genere… Poter osservare la quotidianità delle Microaree ci ha permesso di vedere che esistono buone pratiche che vanno nella direzione verso cui noi tendiamo. Abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulle modalità del sistema organizzativo triestino che vi permettono una presa in carico globale e personalizzata della persona e sulle modalità che utilizzate per formare chi vi è attorno, per mantenere quella tensione etica e politica che fa fare bene il proprio lavoro. Abbiamo osservato per qualche settimana le vostre pratiche e ci portiamo a casa un bagaglio pieno di riflessioni che ci aiuteranno nell’orientare maggiormente il nostro lavoro e nel portare cambiamenti nel sistema piemontese.
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